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| Scritto da Giancarlo Saccoman | |||||
Pagina 1 di 3 Pensioni: verso la soluzione finale?
“Qual è la speranza di vita media”, aveva chiesto Bismarck ai suoi esperti quando ha creato il primo sistema previdenziale; “sessant’anni” gli hanno risposto; “bene, allora fissiamo l’eta della pensione a sessant’anni”. Si trattava dunque di un sostegno per i sopravvissuti, che doveva durare solo per i pochi anni di vita che restavano loro. Il ‘900 ha cambiato radicalmente la situazione, facendo diventare la previdenza, a seguito di durissime lotte che hanno fatto cadere molti governi, un sistema di protezione sociale esteso a tutti e destinato a sorreggere una “terza età” che si stava nel frattempo allungando sempre di più, grazie ai grandi progressi della medicina e l’introduzione di un sistema sanitario universale. Ora sembra che siamo giunti al capolinea ed anzi stiamo facendo marcia indietro, per tornare al punto di partenza: riduzione automatica delle prestazioni e innalzamento dell’età di pensionamento agganciati all’aumento della speranza di vita, ma anche ulteriori continui aumenti dell’età pensionabile decisi a ripetizione dai governi, sollecitati a loro volta dall’Unione europea.
Cos’è successo? Forse i pensionati costano troppo? No, dopo i massacri previdenziali operati con le cosiddette “riforme” degli anni ’90, per consentire, a spese dei pensionati, l’ingresso nell’euro, l’attuale sistema previdenziale è in equilibrio contabile ma a prezzo di numerose iniquità sociali. I conti del Fondo lavoratori dipendenti sono in attivo da alcuni anni, nonostante vi siano stati fatti confluire gli enormi deficit di fondi di categorie privilegiate che hanno pensioni molto elevate (come i dirigenti d’azienda) o pagavano contributi insufficienti (come i lavoratori agricoli e quelli autonomi); come al solito, si tratta di una solidarietà obbligata pagata dei poveri per aiutare i ricchi. Le pensioni italiane sono fra le più povere d’Europa, ma ciò non appare perché l’Eurostat include nella spesa previdenziale voci che nulla hanno a che vedere con le pensioni: il Tfr e numerose spese assistenziali che dovrebbero essere a carico dell’erario. Certo, i problemi ci sono, perché troppi lavoratori, in particolare quelli immigrati e le donne, sono esclusi dai benefici previdenziali.
Il problema non è l’ammontare delle pensioni, che è largamente al di sotto della media europea, ma il peggioramento della qualità del lavoro, divenuto precario e spesso clandestino, e l’espulsione precoce dei lavoratori anziani. Il nastro della vita lavorativa con contributi previdenziali viene schiacciata dal ritardato ingresso nel lavoro regolare e dalla precoce espulsione. Un tempo il lavoro regolare, che garantiva i contributi, andava dai 15-20 anni fino a 55 – 60, con 40 anni di contribuzione, mentre ora il lavoro stabile, che produce contributi inizia verso i 30 – 35 anni e prima dei 50 anni interviene il licenziamento per effetto del cosiddetto “invecchiamento sociale”, fondato soprattutto sul risparmio attraverso contratti sottocosto; nel mezzo ci sono spesso anche periodi di disoccupazione.
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